La religiosità nella comunità cinese di Barge e Bagnolo Piemonte

      La Religiosità Nella Comunità Cinese Di Barge e Bagnolo Piemonte

      Estratto dalla tesi di ricerca di Erika Orlandi, laureata in Antropologia Cultrale ed Etnologia -Università di Torino 2007

      Negli ultimi tempi la comunità cinese è stata investita da grande attenzione mediatica, attenzione che si è sempre concentrata sull’economia, sulla convivenza tra immigrati e popolazione autoctona, sui fatti di cronaca.
      Il mio interesse si è invece rivolto ad una tematica mai trattata prima in Italia e cioè la religiosità della comunità cinese, specificatamente quella di Barge e Bagnolo Piemonte.
      Le mie conclusioni sono basate sul materiale che ho ottenuto svolgendo interviste in profondità ad alcuni cinesi residenti nei due paesi.
      Ritengo che questo argomento sia di fondamentale importanza soprattutto in questa congiuntura storica caratterizzata dalla globalizzazione e dall’incontro-scontro tra culture e religioni differenti, in vista di un processo d’integrazione fruttuoso e consapevole che permetta ai diversi soggetti in campo di conoscersi reciprocamente e di superare in questo modo alcune divisioni dettate dalla diffidenza.
      Spesso vi è l’opinione che questi immigrati siano persone chiuse nella loro cerchia. Questo non è totalmente vero, la situazione di apertura e disponibilità al dialogo è differente a seconda che si prendano in esame gli immigrati di prima generazione (le persone più anziane che non conoscono l’italiano e volendo tornare in Cina vivono la loro permanenza in Italia come una parentesi) e quelli di seconda generazione, i ragazzi cresciuti in Italia, che conoscono la nostra lingua, frequentano le scuole di Pinerolo e sono orientati all’ integrazione.
      Come si presenta la religiosità cinese? Risulta difficile analizzare quest’ambito perché gli stranieri cinesi non fanno parte di nessuna comunità religiosa o chiesa strutturata creata appositamente in Italia.
      Essi mantengono la religiosità nella loro sfera privata e festeggiano insieme solo il capodanno o gli eventi importanti come matrimoni e funerali.
      Queste persone mi hanno detto di essere buddhisti in senso ampio, con un’apertura sulle divinità tradizionali cinesi (soprattutto locali) e sul taoismo, ma che le contingenze attuali, come la mancanza di strutture templari o il poco tempo libero non permettono loro di praticare.
      Tutti gli aspetti che riguardano questa sfera sono molto fluidi, variano da persona a persona e talvolta comprendono gesti che potrebbero rasentare la superstizione.
      Ad esempio alla nascita di un figlio i genitori si fanno spedire dalla Cina due braccialetti, il primo con la rappresentazione di una spada, il secondo con quella di uno scudo. Questi oggetti vengono fatti indossare al bimbo fino al compimento del primo anno di età e servono a preservarlo dagli spiriti maligni che potrebbero attentare alla sua giovane vita in un momento fondamentale del suo sviluppo.
      Un elemento comune è il fatto che in ogni casa sono appese delle immagini di Guanyin,dea della pietà molto onorata, di cui quasi ogni cinese porta al collo un’immagine scolpita nella giada per scacciare la sfortuna ed ottenere prosperità; adesivi religiosi, e frasi beneaugurati.
      Oltre al Buddha anche YU DI, l’Imperatore di Giada (il Cielo) è una figura molto amata e ad entrambi vengono fatte delle offerte d’incenso e di cibo.
      Oltre a queste divinità tutte gli intervistati credono moltissimo nella esistenza di spiriti, anime diseredate e demoni, il più famoso dei quali è una sorta di vampiro succhia sangue che si aggira nell’oscurità in cerca di prede.
      Perché la religiosità di questi immigrati è celata e non strutturata? Perché nonostante alcuni mi abbiano detto che se vi fossero delle zone adatte al culto talvolta vi si recherebbero, nessuno tenta di ottenere queste zone, di crearle?
      Una risposta che mi è stata fornita dagli informatori è che essi si sono recati in Italia per guadagnare e lavorare. Perciò per loro non è sicuramente fondamentale andare al tempio, soprattutto se il tempio non esiste e se oltretutto non ritengono necessaria una pratica costante per professarsi credenti.
      Magari con l’invecchiare e l’allargarsi dell’insediamento questa situazione è destinata ad evolversi e si costruiranno dei templi come è avvenuto a Milano.
      Oltre a ciò, mi è parso di individuare un continuum religioso tra gli immigrati e la madrepatria. Sembra che per questi cinesi non sia necessario creare gruppi religiosi in loco poiché la fede rimane prevalentemente legata al paese d’origine e ai gruppi religiosi presenti in esso.
      È “ come se ” i cinesi vivessero sì in Italia, ma dal punto di vista religioso non si fossero mai staccati dalla madrepatria, sentita come presenza viva e reale e non solo come un modello.
      Per fondare le mie parole su fatti tangibili voglio ricordare come le tavolette degli antenati, simbolo familiare e religioso fondamentale da tempi antichissimi, rimangano nella casa originaria in Cina, spesso sotto la tutela della figura più anziana e rispettabile del gruppo parentale.
      Altro elemento pregnante e emblematico sono le tombe di famiglia; queste sono tenute in gran conto dalle persone che ho intervistato, le quali desiderano che il loro cadavere vi ritorni dopo la morte per potersi così riunire alla loro terra d’origine e all’essenza della loro famiglia.
      Questo voler ritornare nei luoghi sacri comuni in cui sono presenti simboli di identità oltre che religiosa anche individuale e sociale è un elemento che mi fa riflettere sul legame esistente tra emigranti e madrepatria.
      Questo si esprime anche nello scambio rituale di oggetti come adesivi portafortuna o audiovisivi di funerali e matrimoni svoltisi in Cina che vengono spediti dai parenti rimasti nella loro nazione ai familiari emigrati in Italia, come memorandum e come segno di appartenenza ad un’ unica comunità religiosa.
      Ci troviamo di fronte ad una società che sta diventando sempre più multiculturale e caratterizzata dalla pluralità religiosa.
      Per riuscire a rendere produttivo l’incontro tra culture differenti che portano bagagli di conoscenze ed esperienze diversi, mi pare fondamentale sviluppare una caratteristica che non sempre è presente nella vita sociale: il dialogo aperto e rispettoso, in grado di ascoltare le verità di tutti i partecipanti.
      Per concludere vorrei citare le parole di un ragazzo cinese che mi sono parse bellissime e ricche di saggezza.
      Egli per descrivere la differenza che riscontrava tra la cultura italiana (che secondo lui, talvolta ha perso la capacità di comunicare) e quella della sua zona d’origine mi ha detto:
      “Noi invece quando in Cina di sera in agosto fa caldo, i vicini escono fuori, sedere insieme, stanno insieme e parlano di tutto. Oppure guardano le stelle perché anche le stelle sono un simbolo di cose. Noi impariamo tutto e si sta insieme ogni sera.”
      [ Yu Lee, 17 anni, in Italia dal 2001]

      Erika Orlandi

      Torino, 19-27 Marzo 2011- Museo D’Arte Orientale – Collettiva “Piemonte e Cina: Sotto lo stesso Cielo”

      La Stampa, 26 Ottobre 2012 – I riti dei cinesi a Barge e Bagnolo – ricerca di un etnologa

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